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Un Guerriero contemporaneo: intervista a cura di Andrea Silvestri, antropologo della sicurezza.

2020-08-24 00:27

Andrea D'antoni

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Un Guerriero contemporaneo: intervista a cura di Andrea Silvestri, antropologo della sicurezza.

La mia intervista ad Andrea Silvestri, antropologo della sicurezza.

Un Guerriero contemporaneo:

 

intervista a cura di Andrea Silvestri, antropologo della sicurezza.

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Questo è il primo articolo di una nuova sezione di questo sito (link qui sopra).

Si chiamerà “Modern Warriors”. Al suo interno verrà trattato il tema immortale riguardante la formazione e l’identità di chi, a vario titolo, combatte. “Cosa identifica il guerriero?”, come vive il suo ruolo? Un guerriero è necessariamente una persona violenta? Risponderemo a questa e a molte altre domande per cercare nuove visioni su temi molto antichi che hanno ancora una forte valenza nella nostra vita contemporanea.

 

La seguente intervista è stata rilasciata da uno dei miei informatori più importanti. Il primo che abbia fatto parte delle mie ricerche e che mi abbia insegnato concetti di difesa personale e combattimento in contesti estremi. Un maestro, un atleta ma soprattutto un amico.

 

Veniamo ora alle domande poste ad Andrea D’Antoni:

 

 

 

Ciao Andrea, parlami di cosa significa per te allenarti ed allenare gli altri negli sport da combattimento e nelle discipline tattiche.

 

Ti ringrazio per la domanda, che mi rappresenta e mi è molto cara. Allenarmi e soprattutto insegnare agli altri è per me una vera e propria vocazione. Come sai io tendo a pensare ad alcune persone come “guerrieri”, una parola che vista banalmente oggi significa molto poco ma che per me ha una grande importanza. 

Per me un guerriero è molte cose: non si tratta di combattere e basta. L’attività operativa può variare da persona a persona, quello che conta è l’atteggiamento mentale che mettiamo nelle nostre azioni. Io personalmente ho sentito la mia vocazione fin da molto giovane, sapevo che avrei fatto un lavoro che avesse a che fare con la protezione e con la sicurezza ma non sapevo ancora cosa avrei dovuto fare e come farlo. 

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Ero soltanto un ragazzino quando mi approcciai per la prima volta alle arti marziali. Nella mia vita ne ho praticate molte, vari stili, varie forme. Questo tipo di attività mi ha dato molto da un punto di vista fisico, disciplinare e, in qualche modo, spirituale. Finite le scuole superiori presi una decisione, mi sarei arruolato nei Carabinieri, scelta che mi ha definito anche professionalmente ma soprattutto come persona. 

Oggi sono cresciuto, il ragazzino non c’è più ma i principi sono gli stessi, cercare di proteggere gli altri e farlo nel modo migliore possibile seguendo una via, in qualche modo, un codice morale personale. Anche qui le arti marziali e i miei anni in divisa mi hanno sicuramente influenzato. Oggi che non vesto più una divisa però quei principi sono ancora più forti, non c’è un abito a ricordarmi chi sono o cosa voglio rappresentare. Credo sia questo per me un “guerriero” di oggi: una persona con dei valori che è un tutt’uno con ciò che fa. L’armonia del quotidiano e un equilibrio interiore sono alla base della mia lotta.

 

Questa lotta di cui parli si ripercuote anche in quello che insegni ai tuoi allievi? Cosa ricerchi in un allievo e cosa vuoi trasmettere più di ogni altra cosa? 

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“Gli allievi sono tutti molto diversi tra loro e vengono da me con idee e motivazioni molto eterogenee. Non sta a me decidere a chi insegnare ma adattare quello che so alle singole persone e alle singole situazioni. Ho avuto allievi di ogni tipo, dalla guardia giurata che voleva approfondire il suo bagaglio tecnico, alla polizia fino agli appassionati che vogliono imparare qualcosa su una singola disciplina come la Muay Thai o il Krav Maga. Poi ci sono gli atleti, quelli che come me hanno deciso di diventare agonisti per un periodo della loro vita, combattendo per competizione.

Non importa il profilo del singolo allievo o le motivazioni che lo portano da me. Ci sono principi che io insegno a tutti e che non posso evitare di trasmettere ai discenti. Prima di tutto credo in un approccio molto pragmatico in quello che faccio e insegno. Lo stile che si studia determina di per sé delle caratteristiche, alcune discipline comportano l’uso di armi e particolari movimenti per raggiungere un grado adeguato di efficacia. Io cerco di insegnare ciò che funziona, testato da me o da altri in contesti REALI.

Altro importante principio tecnico a cui tengo particolarmente è il seguente: la difesa è PERSONALE pertanto, al fine di una maggiore efficacia io fornisco diverse possibilità ai miei allievi e loro scelgono in autonomia quale tecnica, quale arma o quale concetto portare nel loro arsenale. La verità è proprio questa, gli oggetti che usiamo e lo stile sono elementi esterni, l’arma siamo noi.

C’è un ultimo importante principio che io continuo a ripetere ai miei allievi specialmente in campo tattico e che ho ripetuto molto anche a te durante le nostre lezioni. Un guerriero deve mantenere un profilo basso ed essere una persona educata. Chi non sa controllare le proprie emozioni ed il proprio comportamento non è adatto a imparare a difendere se stesso o gli altri. Il low profile è il profilo del guerriero vero, la lotta è interiore e non è qualcosa da ostentare agli altri.”

 

 

Voglio farti un’altra importante domanda Andrea. Nelle tue lezioni di difesa personale tu insegni che ad ogni stimolo può seguire una reazione e che bisogna essere pronti a reagire per sopravvivere in alcuni casi. In alcuni casi dunque è possibile arrivare a dover uccidere il proprio aggressore? Qual è il tuo rapporto con la morte e con l’atto di uccidere?

 

“Questa è una domanda che purtroppo mi viene fatta molto di rado e alla quale rispondo con una frase del mio vecchio maestro di Kali Filippino:

 Un giorno ci trovavamo in palestra durante un allenamento con il Karambit, un tipico coltello ricurvo, simbolo leggendario di quest’arte bellissima. Il mio maestro si avvicinò e mi disse che la nostra arma è qualcosa di cui dobbiamo essere gelosi, è qualcosa di intimo. La dobbiamo rispettare e trattarla bene perché attraverso di essa possiamo difenderci e in alcuni casi potrebbe capitare che essa tolga la vita a qualcuno quindi deve essere perfetta in ogni sua parte e chi la brandisce deve avere la mente calma.

Vedi, il rispetto per l’avversario è qualcosa che spesso viene sottovalutato e messo in secondo piano nella società moderna. Non riusciamo a vedere che il nemico non è il solo che noi dobbiamo combattere. Il nemico va rispettato, sempre, è una persona che combatte come noi, anche se forse per le motivazioni opposte. Questo aspetto però non cancella il fatto che un aggressore è pur sempre un essere umano degno di rispetto. 

 

Ciò che io insegno è, prima di tutto una forma di disciplina interiore che poi si riflette profondamente nel gesto e nel comportamento esterno di chi sceglie di imparare. Quello che io vedo nel mio lavoro, che è modesto rispetto ad altri compiti nel campo della sicurezza, non è soltanto una professione ma una vera e propria via, una ragione di vita. 

 

La società moderna ci ha profondamente allontanati dall’idea di dover combattere per sopravvivere. Per questa ragione l’aspetto che maggiormente fatico a trasmettere a molti dei miei allievi è l’uso “pulito” dell’aggressività. Un uso che deve avvenire solo in casi di estrema necessità ma che deve essere controllato. La violenza fa parte di noi in qualche modo, è qualcosa di intimo che ormai in pochi riescono a conoscere nel modo più profondo. Spesso la violenza è vista solo nella sua accezione negativa, qualcosa di “sporco” e da nascondere, una parte di noi di cui vergognarsi. Io insegno a scoprire, rispettare ed utilizzare correttamente questa parte sopita dell’individuo.

Noi non siamo nessuno per decidere della vita o della morte di nessuno. Uccidere è un atto di per sé sporco e dovrebbe avvenire solo in casi di estrema necessità di sopravvivere. Quello che noi possiamo e dobbiamo controllare è la nostra natura. La verità è che l’arma siamo noi e quindi, come ogni arma, dobbiamo essere puliti.”

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Andrea Silvestri- Antropologo della sicurezza

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